Lo sguardo


All’inizio fu il contatto, poi il contatto si trasformò e lo sguardo accorciò le distanze. Lo sguardo è uno degli elementi più potenti che noi possediamo.

Riportate alla mente il vostro primo amore: quante parole dicevate? Poche.

Quanto tempo passavate occhi negli occhi? Infinito.

Così il ricordo più vivido che hanno le mamme è l’attimo in cui il proprio bimbo le guarda negli occhi, volontariamente, per la prima volta: in quello sguardo c’è la presenza, c’è holding, la fusionalità, c’è struttura, c’è la penetrazione continua e permanente senza rotture, c’è l’amore unico, c’è una sola identità ma c’è anche l’essenza del mondo e la prima esperienza del proprio sé.

Ci accorgiamo che nello lo sguardo noi troviamo nell’altro elementi fusionali, che i neonati accettano perché fonte di strutturazione, mentre per i bambini più grandi può essere una minaccia: “mi stai guardando, stai cercando di essere fusionale con me ma io ho la mia identità e mi sento in pericolo”.

Ecco che l’utilizzo dello sguardo deve essere quindi consapevole, consapevoli che può accorciare le distanze ma in alcuni bimbi può allontanare perché simbolo di penetrazione, di possessività e vissuto come agito aggressivo.

Lo sguardo può essere utilizzato dal bambino: quando buttano giù le torri in sala gli sguardi che mi penetrano sono qualcosa di eccezionale, sono sguardi che mi raccontano “io ci sono e sono più forte”.

Quando si parla con un bambino, spesso il contenuto del discorso può metterlo in posizione di attacco/fuga (in tempi lontani guardare un animale negli occhi significava sfidarlo e la sopravvivenza veniva messa in pericolo), sale il cortisolo e lo sguardo si sgancia.

È il caso delle “marachelle” in cui la sgridata della mamma o dell’insegnante spesso fa abbassare lo sguardo del bimbo che si sente in pericolo e quindi non riesce a guardare negli occhi (inutile e controproducente dire “guardami negli occhi”, poiché siamo ad un livello arcaico e profondo).

Con la semplicità e la profondità che lo contraddistinguono, Gramellini in “Cuori allo specchio” ci dice: “Credendo che il potere risieda nella parola, trascorriamo ore a limare il testo di un sms per la persona amata, convinti che sarà un aggettivo a modificare la temperatura del suo cuore. Mentre sono sempre e soltanto i gesti. E il gesto per antonomasia è lo sguardo, che parla un linguaggio magico che le parole possono solo inquinare “.

Ecco, ci ricorda quanto potente sia lo sguardo, quanto ce li portiamo dietro gli sguardi dei nostri affetti, così potenti che indirizzeranno le nostre scelte, le nostre attitudini, le nostre risposte alla vita ed è necessario esserne consapevoli se vogliamo entrare in contatto con i bambini che incontriamo sul nostro percorso. Potrebbero portarsi dietro sguardi accoglienti, sguardi colpevolizzanti, sguardi fiduciosi, sguardi controllanti, sguardi negati, sguardi salvifici e sguardi pieni di paura.

La bellezza e la difficoltà del lavoro con i bambini penso stia tutta qua: nel formarsi su più fronti, nell’apertura all’altro senza giudizio, nella scoperta di metodologie che forse non utilizzerai mai, nella conoscenza del proprio orientamento metodologico e nella messa in dubbio di questo ogni giorno, per poterlo consapevolmente scegliere e sfumare contaminandolo con delicatezza, nella consapevolezza di come si è stati guardati e nel lavoro continuo su sé stessi.

Lo sguardo diventa specchio con una sostanziale differenza: uno specchio da guardare o uno specchio in cui guardare?

Margherita Bauducco

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