Sostare nella fatica. So stare nella fatica?


Ci sono alcuni giorni nei quali fare un lavoro di cura con i bambini è estremamente faticoso. A tutti capitano giornate difficili, periodi più o meno stressanti, momenti nei quali avremmo bisogno di essere lasciati in pace, soli e in silenzio con noi stessi.

Capita tanto di più e con più frequenza a chi si occupa di bambini e bambine nei servizi 0-6 perché in quei contesti i bimbi e le bimbe “proiettano” vissuti, esperienze emotive ed affetti sugli adulti che hanno davanti, i loro punti di riferimento in assenza di mamma e papà.

Non sempre però, come è normale e sano che sia anche per gli operatori del settore, si riesce a stare in quelle situazioni senza esserne in qualche modo influenzati.

In quei giorni, anche il sorriso più innocente del bimbo che abbiamo davanti può apparire provocatorio, fastidioso e addirittura intollerabile. Anche la richiesta di contatto più dolce e “coccolosa” può essere percepita e vissuta come una piccola invasione. Anche sentire pronunciare il nostro nome da una vocina familiare può farci pensare che avremmo bisogno, per un attimo, di silenzio.

Quando poi ad indirizzarci uno sguardo provocatorio, a chiedere il contatto o a dire il nostro nome è proprio un bambino che solitamente fa risuonare in noi emozioni destabilizzanti, ecco che allora in quei periodi “storti” la fatica diventa enorme ed il rischio di essere trascinati dalle nostre emozioni nella relazione con quei bimbi è molto alto.

Io credo che ci sia bisogno di parlare di questo, perché a volte mi sembra che il mondo dell’educazione venga ammantato, soprattutto da chi vi opera, di un alone di magia, di costante stupore e meraviglia, di gioia e spensieratezza che sono soltanto una faccia della medaglia degli stati emotivi che un’educatrice vive. C’è spesso stanchezza, frustrazione, rabbia, senso di solitudine, impotenza, scarsa autostima e basso riconoscimento di un lavoro complesso e il più delle volte sottopagato. Forse, per alcuni, ammettere a sé stessi ed agli altri adulti coinvolti la propria fatica non è possibile, non è “professionale” ed è sinonimo di debolezza.

I bambini e le bambine, però, mettono alla prova costantemente, solleticano continuamente l’emergere di emozioni, richiedono attenzione e cura in maniera incondizionata ed hanno il diritto di ricevere da chi lavora con loro tutto ciò di cui hanno bisogno.

E allora, ogni volta che ci accorgiamo che le nostre sensazioni nei confronti dei bambini non sono equilibrate e in linea con le esperienze che stiamo vivendo insieme a loro, occorre fermarsi e chiedersi se siamo in grado di sostare nella fatica che sentiamo. Perché quella fatica c’è e ci sarà sempre, sta a noi essere attrezzati per stare nelle situazioni più difficili mantenendo la giusta distanza dai nostri stati d’animo. Per non essere noi, a quel punto, a proiettare su di loro tutte le emozioni che la fatica di quel momento ci fa sentire.

E’ necessario e vitale parlarne, confrontarsi, formarsi e non avere paura di ammettere la propria fatica e di chiedere aiuto. E’ indispensabile condividere i propri vissuti con colleghi ed altri operatori per non lasciare che prendano il sopravvento nella relazione educativa con i bambini. Solo così credo si possa imparare a sostare nella fatica di un lavoro straordinariamente stimolante ma anche altamente usurante, soprattutto a livello emotivo.

Fabio Porporato

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