Ci sono stati tempi nei quali Settembre era un mese difficile e faticoso per me. Perché rappresentava, prima di tutto, la fine delle vacanze ed iniziava di nuovo la solita vita con i soliti ritmi. E Settembre portava con sé tutta una serie di domande che pian piano iniziavano ad ingombrare la mia testa: sarò ancora capace di giocare con i bambini? Ce la farò? Risucirò a gestire i nuovi gruppi? E se dovesse succedere qualcosa sarò all’altezza? Come racconterò ai genitori il mio lavoro? E così via, con altre mille domande…
Da un bel po’ di tempo, invece, Settembre è il mese dei nuovi inizi! Ha lo stesso sapore dei primi giorni di scuola di quando ero piccolo ed ancora poco spaventato dalla vita come lo sono stato in altri periodi. Ricordo le sensazioni che accompagnavano quegli inizi: erano giorni elettrizzanti, nei quali quando troppo era nuovo, mi aggrappavo con forza alle sicurezze e alle cose conosciute e mi lasciavo prendere piano piano dalle novità.
Ora che sono adulto le cose sono cambiate ma c’è sempre quel pizzico di ansia, quel filo di preoccupazione, quel piccolo pensiero che ogni tanto si insinua tra le pieghe delle certezze e degli strumenti che ho costruito negli anni di scuola, formazione e pratica. Grazie al mio percorso personale di terapia con una psicoterapeuta ed al lavoro su di me che continuo a fare, ho imparato a conoscermi e a prendere consapevolezza del significato di quell’ansia. Ho imparato che è il mio modo di affrontare le novità, i nuovi inizi, ed è un modo del tutto personale per mettermi in “allerta”, in uno stato di elettrico eccitamento che mi permette di non dare nulla per scontato e di attivarmi con tutti i sensi, pronto a ripartire.
Ognuno di noi ha costruito, a partire dalla sua infanzia, segnali come questi che, se ascoltati, significati e compresi possono essere fonte di grandissime risorse. È anche a questo che serve, soprattutto per chi è impegnato in un lavoro di cura con i bambini, un percorso personale di psicoterapia e di formazione continua: imparare a conoscersi, riconoscersi e accettarsi per poter trasformare le ansie in strumenti di crescita e apertura verso tutti i nuovi inizi che incontreremo.
Fabio Porporato
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Ci sono alcuni giorni nei quali fare un lavoro di cura con i bambini è estremamente faticoso. A tutti capitano giornate difficili, periodi più o meno stressanti, momenti nei quali avremmo bisogno di essere lasciati in pace, soli e in silenzio con noi stessi.
Capita tanto di più e con più frequenza a chi si occupa di bambini e bambine nei servizi 0-6 perché in quei contesti i bimbi e le bimbe “proiettano” vissuti, esperienze emotive ed affetti sugli adulti che hanno davanti, i loro punti di riferimento in assenza di mamma e papà.
Non sempre però, come è normale e sano che sia anche per gli operatori del settore, si riesce a stare in quelle situazioni senza esserne in qualche modo influenzati.
In quei giorni, anche il sorriso più innocente del bimbo che abbiamo davanti può apparire provocatorio, fastidioso e addirittura intollerabile. Anche la richiesta di contatto più dolce e “coccolosa” può essere percepita e vissuta come una piccola invasione. Anche sentire pronunciare il nostro nome da una vocina familiare può farci pensare che avremmo bisogno, per un attimo, di silenzio.
Quando poi ad indirizzarci uno sguardo provocatorio, a chiedere il contatto o a dire il nostro nome è proprio un bambino che solitamente fa risuonare in noi emozioni destabilizzanti, ecco che allora in quei periodi “storti” la fatica diventa enorme ed il rischio di essere trascinati dalle nostre emozioni nella relazione con quei bimbi è molto alto.
Io credo che ci sia bisogno di parlare di questo, perché a volte mi sembra che il mondo dell’educazione venga ammantato, soprattutto da chi vi opera, di un alone di magia, di costante stupore e meraviglia, di gioia e spensieratezza che sono soltanto una faccia della medaglia degli stati emotivi che un’educatrice vive. C’è spesso stanchezza, frustrazione, rabbia, senso di solitudine, impotenza, scarsa autostima e basso riconoscimento di un lavoro complesso e il più delle volte sottopagato. Forse, per alcuni, ammettere a sé stessi ed agli altri adulti coinvolti la propria fatica non è possibile, non è “professionale” ed è sinonimo di debolezza.
I bambini e le bambine, però, mettono alla prova costantemente, solleticano continuamente l’emergere di emozioni, richiedono attenzione e cura in maniera incondizionata ed hanno il diritto di ricevere da chi lavora con loro tutto ciò di cui hanno bisogno.
E allora, ogni volta che ci accorgiamo che le nostre sensazioni nei confronti dei bambini non sono equilibrate e in linea con le esperienze che stiamo vivendo insieme a loro, occorre fermarsi e chiedersi se siamo in grado di sostare nella fatica che sentiamo. Perché quella fatica c’è e ci sarà sempre, sta a noi essere attrezzati per stare nelle situazioni più difficili mantenendo la giusta distanza dai nostri stati d’animo. Per non essere noi, a quel punto, a proiettare su di loro tutte le emozioni che la fatica di quel momento ci fa sentire.
E’ necessario e vitale parlarne, confrontarsi, formarsi e non avere paura di ammettere la propria fatica e di chiedere aiuto. E’ indispensabile condividere i propri vissuti con colleghi ed altri operatori per non lasciare che prendano il sopravvento nella relazione educativa con i bambini. Solo così credo si possa imparare a sostare nella fatica di un lavoro straordinariamente stimolante ma anche altamente usurante, soprattutto a livello emotivo.
Fabio Porporato
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All’inizio fu il contatto, poi il contatto si trasformò e lo sguardo accorciò le distanze. Lo sguardo è uno degli elementi più potenti che noi possediamo.
Riportate alla mente il vostro primo amore: quante parole dicevate? Poche.
Quanto tempo passavate occhi negli occhi? Infinito.
Così il ricordo più vivido che hanno le mamme è l’attimo in cui il proprio bimbo le guarda negli occhi, volontariamente, per la prima volta: in quello sguardo c’è la presenza, c’è holding, la fusionalità, c’è struttura, c’è la penetrazione continua e permanente senza rotture, c’è l’amore unico, c’è una sola identità ma c’è anche l’essenza del mondo e la prima esperienza del proprio sé.
Ci accorgiamo che nello lo sguardo noi troviamo nell’altro elementi fusionali, che i neonati accettano perché fonte di strutturazione, mentre per i bambini più grandi può essere una minaccia: “mi stai guardando, stai cercando di essere fusionale con me ma io ho la mia identità e mi sento in pericolo”.
Ecco che l’utilizzo dello sguardo deve essere quindi consapevole, consapevoli che può accorciare le distanze ma in alcuni bimbi può allontanare perché simbolo di penetrazione, di possessività e vissuto come agito aggressivo.
Lo sguardo può essere utilizzato dal bambino: quando buttano giù le torri in sala gli sguardi che mi penetrano sono qualcosa di eccezionale, sono sguardi che mi raccontano “io ci sono e sono più forte”.
Quando si parla con un bambino, spesso il contenuto del discorso può metterlo in posizione di attacco/fuga (in tempi lontani guardare un animale negli occhi significava sfidarlo e la sopravvivenza veniva messa in pericolo), sale il cortisolo e lo sguardo si sgancia.
È il caso delle “marachelle” in cui la sgridata della mamma o dell’insegnante spesso fa abbassare lo sguardo del bimbo che si sente in pericolo e quindi non riesce a guardare negli occhi (inutile e controproducente dire “guardami negli occhi”, poiché siamo ad un livello arcaico e profondo).
Con la semplicità e la profondità che lo contraddistinguono, Gramellini in “Cuori allo specchio” ci dice: “Credendo che il potere risieda nella parola, trascorriamo ore a limare il testo di un sms per la persona amata, convinti che sarà un aggettivo a modificare la temperatura del suo cuore. Mentre sono sempre e soltanto i gesti. E il gesto per antonomasia è lo sguardo, che parla un linguaggio magico che le parole possono solo inquinare “.
Ecco, ci ricorda quanto potente sia lo sguardo, quanto ce li portiamo dietro gli sguardi dei nostri affetti, così potenti che indirizzeranno le nostre scelte, le nostre attitudini, le nostre risposte alla vita ed è necessario esserne consapevoli se vogliamo entrare in contatto con i bambini che incontriamo sul nostro percorso. Potrebbero portarsi dietro sguardi accoglienti, sguardi colpevolizzanti, sguardi fiduciosi, sguardi controllanti, sguardi negati, sguardi salvifici e sguardi pieni di paura.
La bellezza e la difficoltà del lavoro con i bambini penso stia tutta qua: nel formarsi su più fronti, nell’apertura all’altro senza giudizio, nella scoperta di metodologie che forse non utilizzerai mai, nella conoscenza del proprio orientamento metodologico e nella messa in dubbio di questo ogni giorno, per poterlo consapevolmente scegliere e sfumare contaminandolo con delicatezza, nella consapevolezza di come si è stati guardati e nel lavoro continuo su sé stessi.
Lo sguardo diventa specchio con una sostanziale differenza: uno specchio da guardare o uno specchio in cui guardare?
Margherita Bauducco
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Quando si è talmente presi dal creare lo scatto giusto con la giusta apertura, la giusta esposizione, i giusti tempi, non ci si rende conto della bellezza inestimabile e della complessità che stiamo fotografando.
Eppure quando scattiamo, con una reflex o con il nostro cellulare, in quell’istante stiamo parlando di noi: ogni decisione che prendiamo – dalla luce, alla posizione, alla messa a fuoco – esprime un nostro assetto interno.
Ma non ne siamo consapevoli, se non ci soffermiamo e non ci osserviamo.
E per fortuna, alle volte, qualcuno ci ferma e ci scatta.
E lì ci guardiamo, ci osserviamo, alle volte non ci riconosciamo, altre abbiamo timore di riconoscerci.
Rivedersi, riguardarsi, anche riascoltarsi può essere fonte di ansia, perché potrebbe cadere quell’immagine che noi abbiamo di noi stessi. Stiamo in quel momento facendo un percorso dall’esterno verso l’interno, per poi ritornare all’esterno: ci scopriamo nella nostra sana imperfezione, facendo crollare il muro dell’onnipotenza e della perfezione, e forse ci vediamo davvero.
Eppure, il nostro lavoro è il baluardo dell’osservazione in spontaneo, ma quando tocca a noi osservarci, ci amiamo?
E mentre noi siamo intenti a scattare fotogrammi di vita di altri, quando qualcuno ci ferma e ci scatta riusciamo a rimanere comunque in contatto con tutte le nostre parti, anche quelle che più ci creano disagio e sofferenza? Ci comprendiamo?
Siamo da sempre i più grandi giudici di noi stessi alle volte e noi ci guardiamo come siamo stati guardati, ci abbracciamo e ci colpevolizziamo come è successo in un tempo lontano.
E così c’ è bisogno di qualcuno che ti fermi, che ti scatti e c’è bisogno di darsi un’altra chance, trovare altre vie, concedersi un’altra opportunità che forse non è stata data un tempo.
Henry Cartier-Bresson ci ricorda che “Non è la mera fotografia che mi interessa. Quel che voglio catturare è quel minuto parte della realtà”, e voi, cosa volete catturare?
La psicomotricità, in tutte le età, ed anche all’interno della propria formazione professionale, ha questo potere di fermo immagine ed è la miglior reflex che si possa trovare.
Siate gentili con voi stessi.
Margherita Bauducco
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Oggi è un giorno strano, uno di quei giorni nei quali tutto va storto e più cerchi di raddrizzarlo e più tutto si storce ancora di più!
Nottata turbolenta con risvegli notturni della piccola e del grande ad intervalli cadenzati e alternati con sadica precisione svizzera. Risveglio burrascoso di entrambi per via del sonno a singhiozzo. Poi, nell’ordine: tazza di latte caldo che con gesto maldestro della mano si rovescia sul tavolo e produce una cascata bianca che precipita fragorosa sul pavimento, reazione di rabbia e dolore straripante del grande, pianto della piccola che non si spiega quel che sta accadendo. Riportata la calma e tranquillizzati gli animi, riusciamo con grande fatica ad arrivare mangiati, lavati e cambiati di fronte alla porta di casa e, aprendola, scopro con un’occhiata che la gomma della bici è a terra e bisogna trovare un’alternativa perché la macchina la usa la mamma…
Cerco di mantenere la calma ed elaboro al volo un piano B che, miracolosamente, mi fa arrivare “quasi” in orario alla Scuola dell’Infanzia dove ho il laboratorio di Psicomotricità questa mattina.
Preparo di corsa il materiale, faccio due respiri e apro la porta per accogliere il primo gruppo di bimbi di 5 anni. Mattia mi guarda, lo fa sempre appena entra in sala: mi guarda con attenzione, mi scruta, mi osserva con l’espressione di chi ha già capito tutto. Si siede di fronte a me e continua a guardarmi ma meno insistentemente, forse vuole vedere che cosa farò.
Ai bimbi e alle bimbe racconto subito che sono molto stanco, che è stata una mattinata faticosa e per questo la mia faccia potrebbe sembrare triste, arrabbiata o stanca ma che questo non ha niente a che fare con loro. Lo faccio per evitare che il non-detto entri in seduta e per rassicurare chi di loro è più sensibile su questi temi.
Inizia il gioco e, come spesso accade quando diciamo ai bimbi che non siamo troppo in forma, succede che ognuno reagisca a suo modo: c’è chi porta dolci ricostituenti, chi si offre come medico per curare la stanchezza, chi si fa più “riservato” e cerca di non richiedere troppa attenzione. Mattia è uno di quelli che rimane sullo sfondo, come un camaleonte cerca di mimetizzarsi nello spazio per non dare troppo fastidio e non arrecare altri problemi.
Lo guardo, mi guarda, mi avvicino a lui, mi abbasso e “occhi negli occhi” gli chiedo: “e tu come stai Mattia?” “Benissimo!” mi risponde. “Se ti va puoi giocare lo sai… io per ora vi sto guardando perché è faticoso scrollarmi di dosso la stanchezza di questa giornata storta!” Mattia si fa serio e nei suoi occhi mi sembra di leggere una sorta di compassione, poi mi dice: “tranquillo Fabio, al massimo giochi la prossima volta!” Sorride e corre via.
Le riflessioni da fare sarebbero tantissime ma a me quel che più ha colpito dello scambio con Mattia è che mi ha ricordato che forse, più che fingere che tutto sia dritto, vale la pena ammettere che quando ci capita una giornata storta siamo storti anche noi. Se lavoriamo con i bambini, abbiamo il dovere di dichiararlo ed imparare a stare nella stortura che la vita ha riservato per noi. Ci sarà tempo per “giocare da dritti”!
Mattia mi ha insegnato che quando tutto va storto posso restare storto anche io e, magicamente, tutto apparirà molto più dritto a me e a chi mi sta attorno. Provare per credere!
Fabio Porporato
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