Dopo mesi in stato di allerta (immobili), di centraline emotive in tilt, di fatica, di respiro corto, di corpi allontanati, di incertezze per il futuro, di orizzonti differenti, di vuoti che si cercava di riempire, dopo tutto ciò, stiamo riprendendo in mano i tasselli della nostra vita, come soggetti attivi.
Ma siamo stati davvero immobili?
In questi giorni abbiamo deciso di riabitare i nostri corpi e abbiamo dato ossigeno, nel vero senso della parola.
Abbiamo cercato il nostro porto sicuro, dove poterci ascoltare e dove ci permettiamo di accoglierci.
IMMOBILITÀ E MOVIMENTO sono i due cardini della pratica psicomotoria.
Per ricominciare a lavorare con i bambini in psicomotricità è importante che si riprenda contatto con il proprio corpo, con il corpo in relazione ma d’altro canto che si riaccetti anche la propria immobilità, un’immobilita che non ha valenza negativa, bensì può essere apertura verso l’altro e luogo di possibilità.
Nell’immobilita sentiamo il corpo dell’altro, lo ascoltiamo e ci facciamo simbolo:i bambini nell’immobilita danno un significato al nostro corpo.
Alcune volte diventiamo navi a cui aggrapparsi, altre leoni che dormono da distruggere.
Lasciamo a loro l’iniziativa e diamo loro la possibilità di vivere e dominare il proprio immaginario.
E chi più di tutti ci parla di immobilità ma di speranza e possibilità, e pensate, anche di ottimismo!?
Il nostro caro Giacomo, Leopardi.
Perché quando scrive “e il naufragar m’é dolce in questo mare”, sta scrivendo di tutti noi che ci perdiamo nella parvenza di immobilità corporea ma invece stiamo viaggiando lontano.
Margherita Bauducco
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Dopo un weekend di formazione corporea quello che mi resta di solito è una nuvola di sensazioni, un agglomerato di pensieri, un grumo di emozioni condensate che ci vuole tempo per separare e guardare da più distante.
Rimangono voci, sguardi, sorrisi, pianti, complicità e momenti sospesi. Sedimentano vissuti corporei che lasciano tracce profonde e, nei mesi, fanno fiorire come in una serra una moltitudine di spunti vitali, una miriade di nuove prospettive dalle quali guardare i bambini e la mia relazione con loro.
Formarsi, per me, significa prima di tutto fermarmi. Fermarmi per potermi guardare da fuori e da dentro, per essere guardato dagli altri e riconoscermi un po’ di più, per sentirmi e sentire con gli altri come, attraverso il corpo, le emozioni e le sensazioni si fanno pensieri. Pensieri che proviamo poi a mettere insieme, a fermare nella nostra mente per costruire “ponti di contatto”. Per passare dalle emozioni al pensiero e al linguaggio, proprio come fanno i bimbi e le bimbe nei percorsi di Pratica Psicomotoria.
Da un’esperienza particolare di questa formazione è nata anche una filastrocca… eccola qua!
ORA SONO COME SONO
Ora sono come sono
tante cose, belle e brutte
ma mi riconosco in tutte.
Sguardo fiero, petto in fuori
occhi dolci e in mano fiori.
Una furia se mi accendo
ma il cerino io lo tengo.
Ho imparato che se voglio
posso essere un trifoglio
che di foglie ne ha solo tre
Io, Tu e Me.
Fabio Porporato
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La Pratica Psicomotoria poggia le sue basi su di un concetto molto semplice e allo stesso tempo potente ed illuminante: il gioco spontaneo ed in particolare alcuni tipi di giochi permettono al bambino di rassicurarsi di fronte alle angosce di perdita. Queste angosce provengono da molto lontano, da quando ognuno di noi, neonato, le ha sperimentate nei momenti di attesa e di assenza della mamma.
Sono un impasto di sensazioni, percezioni, ricordi e tensioni iscritte prima di tutto nel corpo. Queste esperienze rappresentano gli “stampi” di tutte le future angosce che proveremo nella vita adulta e se non saranno state troppo traumatiche ci permetteranno di evolvere e di crescere.
I bimbi, nei loro giochi, riproducono a livello simbolico esperienze piacevoli, di unione e di presenza, di ricongiunzione con la figura materna proprio per rassicurarsi rispetto alla perdita. Inventano giochi nei quali ritrovano sé stessi e ritrovano l’altro. Se, allora, il gioco è rassicurazione e in questo periodo i bimbi hanno sicuramente un gran bisogno di rassicurazione, quali sono questi giochi così speciali?
Si tratta di giochi che possiamo definire “universali” o tradizionali: giochi del vuotare e riempire, del raggruppare e disperdere, del nascondersi e ricomparire, del costruire e distruggere, dell’andare e venire, dell’allontanare e dell’avvicinare; sono i giochi sensomotori del correre, saltare, arrampicarsi, dondolare, cascare, scivolare, tenere l’equilibrio così come tutti quei giochi di inseguimento, di aggressione, di opposizione.
Questi giochi hanno una carica emotiva molto intensa, come è facile intuire, e forse anche per questo spaventano un po’ noi grandi. Ma, come detto, sono assolutamente indispensabili per lo sviluppo del bambino e lo sono ancora di più in questo momento nel quale i vissuti di perdita e di scomparsa e apparizione degli affetti sono reali.
Se non ho scritto con un linguaggio troppo psicomotricistico è facile capire quanto sia indispensabile oggi più che mai permettere ai bambini di giocare e di farlo in maniera spontanea per potersi rassicurare, per placare le paure e le angosce, per affrontare questo momento con la leggerezza e la potente carica simbolica del gioco.
E’ un appello, questo, affinché permettiate ai vostri bimbi e alle vostre bimbe di correre, saltare, rotolare e muoversi a più non posso perché questi giochi li rassicurano.
E’ un appello, questo, affinché permettiate loro di giocare a combattere, ad aggredire, ad urlare, ad inseguirvi e a farsi inseguire.
E’ un appello, questo, affinché permettiate loro di giocare a nascondino, a guardie e ladri, a buttar giù, a mettere a soqquadro e poi riordinare.
E’ un appello, questo, affinché siate lì accanto a loro, in questi giochi, senza giudicare ma in ascolto di quello che il vostro bimbo o la vostra bimba vi sta raccontando attraverso il gioco.
Mettetevi a terra,lasciatevi coinvolgere e che la magia abbia inizio!
Se riuscirete a tornare un po’ piccini, sono sicuro che un po’ di quella magia la sentirete anche voi ed i vostri bimbi sapranno ringraziarvi con gli occhi che ridono.
Fabio Porporato
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